• Alessia Federiconi

DOLCE FAR NIENTE: SMETTIAMO DI CONDANNARE LA PIGRIZIA

Conoscendomi non avrei mai pensato di scrivere un articolo del genere, eppure eccomi qua, ancora una volta a ricredermi e a stupire me stessa con un elogio alla pigrizia.

Forse un articolo controcorrente rispetto ai trend odierni che parlano solo di produttività, efficacia, multitasking e iperorganizzazione. Articoli che ti insegnano a studiare 10 lingue mentre progetti la tua start-up e inforni la pagnotta biologica a lievitazione mistica e farina di semi di baobab del Kilimangiaro.


Mi è venuta l’ansia solo a scrivere queste righe. Lancio un appello e dico: BASTA!


Siamo la generazione del fare, il pensare è diventato un optional.

Come navigati beang eater ci abbuffiamo di attività per riempire le nostre giornate e dare senso al tempo che scorre. Come se esistere, fermarsi, respirare e godersi il momento non fosse abbastanza, ma solo una grandissima perdita di tempo.


Se penso ai bambini mi viene da mettermi le mani nei capelli. I genitori tartassano le loro piccole star riempendo gli la giornata di attività: il lunedì calcio, il martedì danza, il mercoledì pattinaggio, il giovedì acrobatica, il venerdì circo. Poi c’è il corso di musica, il catechismo, i pomeriggi a scuola. E’ vero, adesso sembra un controsenso parlare di queste cose. Anzi, probabilmente i bambini non vedono l’ora di poter tornare a uscire di casa e fare qualcosa che non sia didattica a distanza e dribblare un pallone di carta tra una sedia e il tavolino.

Però non abbassiamo la guarda. Perché non vorrei che il rischio sia questo: riaperte le attività si tornerà ad abbuffarsi peggio di prima per recuperare il tempo perso.


In effetti ci sarebbe da chiedersi: che senso ha oggi un articolo sulla pigrizia? Ci stiamo impigrendo fin troppo! Tutti chiusi in casa, in smart-working, o addirittura chi senza lavoro. Ormai anche gli scaffali di lievito non sono più deserti, quindi vuol dire che la produzione incontrollata di pizze fatte in casa non ha più il suo appeal come ce lo aveva prima.


E quindi, ha davvero così senso? Bhé, per chi è stacanovista come me, non c’è pandemia mondiale che tenga. Sveglia tassativa all’alba, colazione fit, studio/lavoro/progettazione mentre fai lavatrice e lavastoviglie, voglio dire SEI A CASA, come puoi non approfittarne. Lavorare e fare le faccende insieme: per chi è amante dell’efficienza è l’equivalente di un invito a cena da Cannavacciulo.

Pranzo, altre ore di lavoro/studio/progettazione. Allenamento, in casa o all’aperto, a gusto. Perché va bene le palestre chiuse ma io non mi fermo neanche se un cannone mi bombarda casa. Cena, lettura tattica e a letto a un orario decente che il sonno è importante e io la mattina mi devo alzare presto.


Quindi, non venitemi a parlare di pandemia che il modo di occuparmi il tempo non mi manca, e se anche mi mancasse ci sono mille articoli che mi aiuteranno a trovare tante idee carinissime su come farlo.


Ok, mi stai dicendo che tu non fai parte della categoria di stacanovisti. Quindi per te la pigrizia è un problema, ormai non fai altro che stare sul divano a guardare Netflix ammirando le foto di quando eri in forma e pronto per la prova costume, mentre adesso è il costume a essere messo alla prova dalla tua nuova forma ad arancino ripieno.


Però permettimi, anche nel tuo caso non stiamo parlando di dolce far niente, ma più d'inattività imposta, reclusione, arresti domiciliari. Non sei tu che hai scelto di dedicare del tempo al riposo, quello sano.

Quindi, sì, credo proprio che un articolo sulla pigrizia e sul dolce far niente sia necessario. La pigrizia, quella sana, va scelta. È un atto di coraggio per chi ha la sindrome dell’iperattività e una presa di posizione per chi è rimasto bloccato dalle circostanze.

Esseri pigri infatti significa scegliere, consapevolmente, di dedicare il proprio tempo al riposo, alla noia, al qui e ora. Fermarsi, quando tutto e tutti intorno a te sembrano schegge impazzite e iperaffaccendate.


Ma è veramente così difficile dedicare del tempo a se stessi? Chiedetelo a una qualsiasi donna con dei figli. Loro hanno un vero e proprio deficit mentale per quanto riguarda la capacità di dedicarsi tempo, ma questa è un’altra storia.


Il punto è che viviamo in una società dove la pigrizia è schifata peggio della peste, o del Covid, per rimanere in tema. Quindi se provi anche solo a dedicare del tempo al riposo non sarà difficile scorgere sguardi di fuoco da parte dei familiari o parole giudicanti da parte dell’amico/a che studia 22 ore al giorno o lavora anche di notte per realizzare i suoi progetti.


Non sto dicendo che non bisogna impegnarsi per ottenere ciò in cui si crede, ma non è questo il focus di questo pezzo, quindi, tu, troll da tastiera, ti intimo di ritirare la zampa e lasciar perdere commenti acidi pro stacanovismo. Tranquillo che per quello troveremo un momento in privato per esaltarci a vicenda a suon di mappe mentali e GANTT.


La verità è che tutti avremmo bisogno di riposo, quello vero, quello che lascia libera la mente di vagare e sognare a occhi aperti. Però non è concesso, è visto male, è considerato una perdita di tempo. Ma una perdita di tempo per chi? È questa la domanda che secondo me ha senso porsi.


È una perdita di tempo per il mio benessere? Non credo proprio, sono talmente stressata che ho delle occhiaie da paura e ho dovuto coprire tutti gli specchi di casa per non causarmi un infarto ogni volta che per sbaglio incrocio lo sguardo con quello della mia immagine riflessa.


È una perdita di tempo per il mio datore di lavoro? Ovviamente sì! Perché anche se il contratto prevede di lavorare 8 ore al giorno cinque su sette, vuoi non lavorare nel we? Di notte? Vuoi non finire quella presentazione importantissima che verrà usata durante l’ennesima riunione barbosa e cestinata subito dopo per lasciare spazio alla nuova presentazione dal design accattivante, i grafici che assomigliano a un quadro di Pollock e le animazioni engaging, che di solito impiega l’equivalente in tempo di una tesi magistrale e che ha un momento di gloria di all’incirca mezz’ora?


Il punto è, qual’è l’interesse del datore di lavoro? Il profitto, suo personale o dell’azienda, che quindi significa in ultima analisi il suo. Pertanto, per quanto ci siano sicuramente imprenditori e datori di lavoro illuminati, per molti il primo pensiero non sarà certo il tuo benessere.


E la società? Cosa ne pensa di tutta questa storia? Viviamo in un sistema capitalistico sebbene esso abbia subito una profonda trasformazione da come era stato concettualizzato agli albori. Ma di questo lascio parlare persone decisamente più intelligenti ed esperte di me. Quello che mi interessa è il meccanismo alla base del capitalismo:

trarre un profitto dal proprio lavoro da reinvestire in un continuo processo di accumulazione,

Lavoro, genero un profitto, accumulo profitto, uso il profitto per generare ulteriore lavoro. Funziona? Lo ha fatto per decenni e ha permesso la nascita di grandi innovazioni per la popolazione quindi si potrebbe dire di sì. Ma io sono una psicologa e voglio fare anche un’altra, forse ingenua, riflessione.


Abbiamo tavolette del cesso che pigiando un bottone cantano canzoncine per stimolarti a defecare.


Abbiamo creato treni velocissimi per arrivare in orario anche quando partono in ritardo.

Abbiamo un efficiente industria alimentare che giocando a tetris con gli animali permette la produzione di cibo in sovrabbondanza per garantire a zio Pino, inguaribile mangione, i canonici otto etti di lasagne al forno e un rischio d'infarto elevato. Però non si dica che le aziende non hanno a cuore il benessere dei propri dipendenti, chi non sogna di lavorare giocando a tetris!


Ma abbiamo persone felici?


In Giappone hanno coniato un termine “Karoshi” che significa letteralmente “morte per troppo lavoro”. Quando viene creato un termine apposito per indicare un fenomeno significa che quel fenomeno non è qualcosa di sporadico, ma tanto presene da meritare un nome tutto suo.


Quindi non so quanto questa follia collettiva dello stacanovismo sia utile al benessere individuale. A mio avviso è utile sì, ma a tutt’altro scopo.

Questo articolo, buttato giù di getto, vuole avere lo scopo di farti fermare, per un attimo, a riflettere, a chiederti:


Quand’è l’ultima volta che sono stato realmente pigro?

Non la volta che sei stramazzato sul divano esausto perché non ce la facevi più e il tuo corpo e la tua mente erano letteralmente KO.

Non la volta che sei stato costretto da una febbre, o una pandemia, a startene barricato senza avere altro da fare che prendere a testate il muro.

Ma la volta che ti sei fermato/a e hai scelto te, hai scelto di dedicarti del tempo per il tuo meritato riposo, per permetterti di non fare niente anche quando avresti una lista lunga quando la divina commedia di cose da fare.


Io questa domanda me la pongo spesso, soprattutto quando mi rendo conto che non riesco a trovare una risposta nei miei ricordi e allora capisco che qualcosa non va e con le unghie e con i denti ho imparato a ritagliarmi i miei spazi, perché stacanovista sì, ma io la vita me la voglio anche godere.


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